Cieli stratificati: dalla spaccatura all’erosione

Prima di procedere sulla raffigurazione simbolica dei cieli stratificati va premesso che il trinomio Corpo-Anima-Spirito (sale-mercurio-zolfo) a loro già attribuito, viene ora affrontato con altri termini.

I primi due (corpo-anima) vengono unificati in quello di Mondo manifestato (comprendendovi il mondo grossolano e il sottile-psichico) e trattasi del primo strato di cielo - il secondo strato, cioè quello di mezzo viene a corrispondere all’Essere; l’uno da cui deriva tutta la produzione dei numeri e o del mondo - infine il terzo e ultimo strato mai visibile corrisponde al Non Essere, cioè ciò che è oltre i due strati precedenti.

Avviene quindi uno spostamento simbolico più causale o metafisico. Tutto questo non infirma però una lettura utilizzando anche i vecchi termini.

Da questa prospettiva succede che nel cielo incomincino ad aprirsi solchi che possono sprofondare indefinitamente come in un abisso senza che però sia possibile in questo modo raggiungere lo strato centrale.

I solchi si formano e penetrano all’interno dei cieli non alterandone la superficie ma solo interrompendola; le nuvole continuano infatti a scorrere, incuranti di ciò che avviene nelle profondità, il loro passaggio sulla superficie pur interrompendosi al margine dei solchi tuttavia non si arresta ma prosegue come se l’erosione fosse di “una realtà diversa”, rispetto al cielo che resta virtualmente inalterato.

L’erosione si sviluppa in forma più o meno densa, suscettibile di maggiore o minore cristallizzazione, mentre l’esterno, cioè la superficie, mantiene inalterato il suo aspetto aereo.

Quindi il cielo, quando penetrato o solcato, perde al suo interno l’aspetto aereo per assumerne uno “materico”- è come se penetrando il sottile riemergesse il denso.

Ma lo scandaglio di questa interna e indefinita dimensione densa non possono portare all’approdo dello strato centrale, informale.

Simbolicamente, questo cielo in quanto “stato di veglia” corrisponde al “corpo del mondo”, cioè a tutto ciò che va misurato e a quello spesso strato di pensiero espresso di cui è nutrito il mondo medesimo. L’aratro dell’introspezione apre solchi dissolvendo la superfice “celeste” che si frastaglia cedendo, sprofondando e generando al suo interno più o meno densa materia, terra e roccia instabile che come lava può liquefarsi e riaddensarsi ancora. Il solco e quindi l’erosione può formarsi anche a causa della caduta di un “meteorite”.

E il meteorite segnala il precipitare del destino sul nostro cielo, la sua caduta segna quindi l’aprirsi del solco secondo i modi del divenire già precedentemente indicati; il meteorite è forma e sostanza in movimento e la sua origine è come una risposta provvidenziale alla volontà indagatrice che scava cercando in questo sottosuolo un punto d’approdo, ma più sembra approssimarsi e più altra roccia emerge sprofondando.

Se pur concettualmente reso denso, lo strato sottostante è equiparabile alla dimensione sottile; allo stato di sogno e non solo; è il luogo in cui avvengono salite luminose e discese oscure; ciò che la superfice celeste mostra è il prodotto di ciò che avviene in questa dimensione sottile.

Come più sopra si diceva, il ricercatore non può con le sue sole forze arrivare allo strato centrale ma nella migliore delle ipotesi può riducendo sempre più impercettibilmente la distanza, approssimarsi allo stesso.

È solo provvidenzialmente spaccandosi la superfice celeste che emerge il buio prima opaco e poi luminoso dello strato centrale e se a volte un’altro cielo si mostra, non è più del cielo esteriore che qui si tratta, e se forme apparenti si mostrano, non sono forme esteriori ma “causali”.

Lo strato centrale corrispondendo ad uno stato informale è per sua definizione non soggetto alle condizioni formali espresse in precedenza per lo strato soprastante; inoltre non appartiene al dominio del pensiero discorsivo ma al suo superamento nel dominio intellettuale-intuitivo. Il colore nero è quello che meglio esprime non la privazione ma la pienezza delle possibilità archetipali; è il regno del Sè nella sua indivisibile Unità.

L’insufficienza dello strumento figurativo costringe a creare forme in questo strato contraddicendo a ciò che è stato precedentemente espresso, tuttavia ciò è possibile se si ha consapevolezza che trattasi di rappresentazioni esclusivamente simboliche.