Billoni & Franza

Estratto da Articolo su LIBERO -  Martedì 12 Febbraio 2008

IL volo dell’infinito oltre la realtà. L’utopia nelle tele di Billoni.

CARLO FRANZA:

Esiste una pittura oltre la pittura, affidandosi, più che allo stile e alla raffinatezza di forme e colori, a contenuti che ambiscono aprire mondi dove la memoria della vita recupera frammenti di spazio, e dove il tempo si trasforma in materia. Billoni, con la sua arte ricrea un mondo sospeso fra paradiso e inferno.

Ecco perché il grande storico dell’arte Federico Zeri volle un’opera dell’artista sulla copertina del suo libro “Confesso che ho sbagliato”.

Trenta opere su tela e carta, tra dipinti, tempere e disegni, ci raccontano molto della sua inquietudine esistenziale e della sua ricerca simbolica, ponendosi quasi a segnale di novello caposcuola di una linea tutta lombarda, come già fu il “chiarismo” di Persico negli anni Trenta del Novecento con la sua vicenda tutta volta alla moralità.

In realtà, la percezione di una pittura volta al chiaro si intuisce a prima vista sia nella descrizione un po’ onirica e utopistica di questi paesaggi tettonici e frananti, sia nella descrizione di questi angeli raccolti in spoglie biancastre su fondali neri. E pure nelle vicende tutte terrene si intravede molto del trascendente, non solo per lo sfibrarsi della materia pittorica in lucentezza, ma per le velature, le improvvise accensioni, per la luce dei bianchi. Dalle ruote astrali che pure lo interessarono per qualche tempo fa, ai nuovi tracciati di mondi sotterranei, alle nuvole, e alle figure d’angelo quasi incorporee.

Cosmologia e alchimia, mistica e simbologia entrano a pieno titolo nelle nuvole solide e cave e nei cieli stratificati. Non mancano miniature e incisioni criptiche.

Questa pittura di Billoni è tutta giocata fra reale e irreale, fra anima e corpo. La sua fantasia non arretra dinnanzi a scenari che sfuggono ai più. E si badi bene che non c’è nulla di surreale, anzi sarebbe fuorviante leggere le sue opere in tal senso. C’è molto di mistero e di filosofia, accanto a uno stile ormai tutto suo, che dal finito spinge verso l’indefinito, affidandosi a quella soglia di paradiso che soccorre in alcuni dipinti , come nella “tempesta” di diamanti che da una nuvola scendono verso terra, o gli occhi moltiplicati e aperti a mille letture.

Giuseppe Billoni Il vortice dell’utopia

CARLO FRANZA:

Quella di Billoni è una biografia intellettuale con alcuni percorsi salienti, capaci di significarsi sia nella compossibilità di astratto e figurativo, senza essere né l’uno né solo l’altro, ma la terza via della loro interazione, che è sempre una via di resistenza alla codificazione. Una pratica artistica che nasce come anticipo, si forgia su letture, si estrinseca matericamente e coloristicamente, vive di un’espressività lirico-simbolica scaturita da rotte di collisione tra significante e significato.
Il punto cruciale di questa storia pittorica è costituito dall’esperienza simbolica che a nostro avviso segna il distacco dell’artista dall’approccio generico della realtà, che porta o alla definizione di immagini antropomorfiche oppure all’impiego di frammenti materici adoperati come strumenti di scandaglio e di definizione spaziale.
L’esistenza presente in queste opere è già memoria, ricca di significati, di sensi profondi, che calcolano lo spessore della materia, aprendo in essa una finestra oltre i dati momentanei della percezione, scoprendo un altrove, una realtà temporale e psichica, esterna e interna.
Si osservino queste opere in tutta la loro evoluzione e nei capitoli tematici, dai cieli alle stratificazioni terrestri, fino alle immagini di luce. L’artista recupera lontananze prospettiche e frammenti di spazio in cui le immagini si dispongono secondo gradienze di lontano e vicino, di alto e basso oppure sprofondano lentamente.

Basterebbe introdursi con lo sguardo in quelle opere che l’artista ha vissuto via via nel suo percorso riflessivo per capacitarsi come la materia comincia a percepire il suo ambiente,come la materia diventa comunicazione, come è lo spazio-tempo che si trasforma in materia, e ancora come la materia insegna allo spazio come curvarsi e lo spazio insegna alla materia come muoversi.
Questa pittura necessita via via di un senso di durata che si attesta tra l’informalità assoluta e l’assoluto della forma, tra la luce-colore che si fa presenza-assenza e la cifra di una sorta di svelamento, forsanche un po’ folle, che sollecita la fenomenologia linguistica dell’immagine ,della pura sintassi degli oggetti, tutto spaziato nella dimensione di un tempo incrinato.
E’ ancora questa pittura, che esposta in sequenze mobili, è ormai corpo vissuto, è trasposizione metaforica, ma anche presenza, forma, gesto, finitezza e dismisura, memoria della vita o, nel punto più oscuro,scatto di luce, colore improbabile.
Oltre il colore, superfici, partiture formali, ruote astrali, architetture dello spazio, si confondono nella loro purezza di colori, di colori movimento, di flussi e riflussi, di rapporti, dissonanze e silenzi.
E dove la materia pittorica si riduce per sfibrarsi in lucentezza, le velature, le improvvise accensioni, la luce dei bianchi, quei varchi che di tanto in tanto s’intravedono, paiono puntare verso un’impossibile trascendenza, un archetipo del mondo, un incipit inesauribile, una materia incandescente che sviluppa luce perpetuamente.
Carlo Franza, Dicembre 2007

Leaderschip medica – Arte    - numero 09 - 2007

Questa pittura necessita via via di un senso di durata che si attesta tra l’informalità assoluta e l’assoluto della forma.

CARLO FRANZA:

Quella di Billoni è una biografia intellettuale con alcuni percorsi salienti, capaci di significarsi sia nella compossibilità di astratto e figurativo, senza essere né l’uno né solo l’altro, ma la terza via della loro interazione, che è sempre una via di resistenza alla codificazione.Una pratica artistica che nasce come anticipo, si forgia su letture, si estrinseca matericamente e coloristicamente vive di un’espressività lirico-simbolica scaturita da rotte di collisione tra significante e significato.

Il punto cruciale di questa storia pittorica è costituito dall’esperienza simbolica che a nostro avviso segna il distacco dell’artista dall’approccio generico della realtà, che portano o alla definizione di immagini antropomorfiche oppure all’impiego di frammenti materici adoperati come strumenti di scandaglio e di definizione spaziale.

L’esistenza presente in queste opere è già memoria, ricca di significati, di sensi profondi, che calcolano lo spessore della materia, aprendo in essa una finestra che oltre i dati momentanei della percezione, scoprendo un altrove, una realtà temporale e psichica, esterna e interna.

Si osservino queste opere in tutta la loro evoluzione e nei capitoli tematici, dai cieli alle stratificazioni terrestri, fino alle immagini di luce.

L’artista recupera lontananze prospettich e frammenti di spazio in cui le immagini si dispongono secondo gradienze di lontano e vicino, di alto e basso oppure sprofondano lentamente.

Basterebbe introdursi con lo sguardo in quelle opere che l’artista ha vissuto via via nel suo percorso riflessivo per capacitarsi come la materia comincia a percepire il suo ambiente, come la materia diventa comunicazione, come è lo pazio-tempo che si trasforma in materia, e ancora come la materia insegna allo spazio come curvarsi e lo spazio insegna alla materia come muoversi.

Questa pittura necessita via via di un senso di durata che si attesta tra l’informalità assoluta e l’assoluto della forma, tra la luce-colore che si fa presenza assenza e la cifra di una sorta di svelamento, forsanche un po’ folle, che sollecita la fenomenologia linguistica dell’immagine, della pura sintassi degli oggetti, tutto spaziato nella dimensione di un tempo incrinato.

E ancora questa pittura,che esposta in sequenze mobili, è ormai corpo vissuto, è trasposizione metaforica, ma anche presenza, forma, gesto, finitezza e dismisura, memoria della vita o, nel punto più oscuro, scatto di luce, colore improbabile.

Oltre il colore, superfici, partiture formali, ruote astrali, architetture dello spazio, si confondono nella loro purezza di colori, di colori movimento, di flussi e riflussi, di rapporti, dissonanze e silenzi.

E dove la materia pittorica si riduce per sfibrarsi in lucentezza, le velature, le improvvise  accensioni, la luce dei bianchi, quei varchi che di tanto in tanto s’intravedono, paiono puntare verso un’impossibile trascendenza, un archetipo del mondo, un incipit inesauribile, una materia incandescente che sviluppa luce perpetuamente.