Dai Recessi Dell'Ombra: Giuseppe Billoni

Pensieri e annotazioni dell’autore                         

Premessa: In questo scritto mi sono limitato ad un discorso generale e essenziale. Chi ne ha i mezzi troverà sicuramente nel video sfumature personali ignote anche allo stesso autore.

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Le immagini e l’atmosfera che ho cercato di riprodurre è quella di “un sogno lucido”, quindi nel film spesso scorrono immagini che penso siano accostabili  al “miraggio”, a quel movimento formale dato dall’aria che evapora. La parziale distorsione del parlato e dei suoni oltre che delle musiche è in sintonia con questa impostazione di massima.

Ciò che essenzialmente scorre a livello filmico è un percorso che è potenzialmente in attesa di essere attualizzato, un sentiero che cerca continuamente il suo camminatore. “Una meta che non cessa di coglierti, senza arrestarti”, più o meno come è scritto in una mia poesia.

Tutto questo accade continuamente, in uno spazio non spazio e in un tempo non tempo. La sua gestazione avviene nell’ombra, appunto “Dai Recessi Dell’Ombra”, nella dimensione sottile, mercuriale, lunare, acquosa.

Il film inizia da una tela bianca (trama/ordito) dalla quale appare il Palazzo dell’Imperatore a Tokio mentre il sole sta tramontando; immediatamente nel “Vecchio Continente” sul grande fiume della pianura padana, un altro tramonto si sovrappone al primo.

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Da oriente a occidente siamo alla fine del giorno. Per qualcuno non è un giorno qualsiasi, è la fine delle ideologie e di ogni visione antropocentrica ed evoluzionistica. E’ come se l’anima si trovasse all’improvviso sola in un “deserto”.

Un uccello traccia una u nel cielo e qualcuno a terra l’osserva come barcollando. Subito, ripercorre all’indietro un sentiero fra erba e rumorose foglie secche approdando, di colpo, al chiuso di un anonimo condominio. Rigirandosi, continuerà il percorso discendendo una scalinata fino a scomparire in oscure acque, momentaneamente rischiarate da una luna piena in essa riflessa o annegata. Una voce recita: “Rinfrange in questo riinventato spazio notturno, l’ultima luce”…

Ogni trasformazione inizia nel buio, la bibbia, nella Genesi, parla di tenebre e acque prima della creazione e S.Giovanni  indica il verbo, ad origine della luce, che illumina e ordina il macrocosmo. Anche l’induismo pone sempre una grande notte ,“Pralaya”, all’origine della trasformazione dei mondi e così per altre forme tradizionali.

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Nella parte inferiore di un portone in ferro arrugginito si riverberano e riassorbono gli echi contorti di questo tempo, l’Età del ferro. Dentro un’Atanor infuocato appare un Burattino Guerriero, contemporaneamente una voce inizia dicendo: “Io sono il Divoratore, la belva assetata che ruggisce e rantola…”, la somma della violenza cosciente e incosciente dell’uomo sull’uomo e il suo mondo.

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Successivamente, per la terza volta, appare la Gorgone che si anima, s’imbianca cadaverica e si distorce minacciosa. Questo guardiano pietrifica l’incosciente che pur arrivato fin qui non osa, impaurito, andare oltre il suo sguardo. L’alchimista direbbe che questa è una “via secca” e gli esiti sono devastanti per chi non sa staccarsi dalla propria vecchia immagine.

Il percorso è caratterizzato da una cifra sciamanica, naturale, che assorbe per superarlo, un certo esoterismo acculturato, dissolvendolo in forme simboliche essenziali e totemiche. Il Viaggiatore porta il suo vedere oltre la gorgone, fino alla soglia sbarrata da un portone in ferro che in parte già aveva visto prima. Due mani nude aprono lentamente i battenti, a sinistra la mano è femminile e a destra maschile.

E’ la porta (di stati d’essere) che si apre solo se forzata, ma che violerà a sua volta chi l’attraverserà. E’ una discesa agli inferi in cui l’essere non può più sottrarsi al confronto corrosivo del suo più temibile avversario: se stesso. Altre voci con altri timbri raccontano di luoghi e condizioni esistenziali…

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L’uscita momentanea dal portone di un gatto grigio  precede l’apparizione del Viaggiatore che è ormai dentro la stalla (o caverna),  assorto nella lettura di un libro, il suo libro. Il gatto assume movenze e significati  che accompagneranno  alcune scene ma che qui sarebbe troppo lungo cercare di interpretare. Si può però riflettere sul colore grigio del felino come mescolanza di nero e bianco, luce e ombra. Gli opposti sono confusi come nel caos, prima che la luce uscisse distinguendosi dalle tenebre per dare inizio alla Creazione, al Cosmo. 

Il gatto abitava quel luogo da sempre e aspettava di essere riconosciuto. La sua iniziale momentanea uscita dal portone indica che il suo dominio non è relegato ma si estende oltre. Un’energia archetipale che dal versante umano si estende e discende fino all’infraumano…

Il luogo delle trasformazioni è una vecchia stalla abbandonata; due colonne di marmo reggono la volta a crociera, al centro, un lampadario, ormai inutile. I muri e il pavimento trasudano  salnitro. In fondo a destra compare un ceppo su cui è infissa l’affila falce e il relativo martello, il suo simbolismo è consequenziale e multiplo. Infine la sedia, anch’essa antica, appare, scompare e si moltiplica; trono scomodo per il suo ospite occasionale.

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Alle spalle del lettore assorto, fra le pietre del muro si dilata un foro d’ombra, il Viaggiatore è risucchiato fin dentro una grande ampolla in cui avverranno distillazioni e coagulazioni attraverso i regni  e gli elementi, l’io si sdoppierà e restringerà pericolosamente fino a trovare e possedere una sua piccola e unica luce. 

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Allora la farfalla aprirà le sue ali avvolgendo quell’io che, come un sasso acquoso, lentamente s’immerge lungo le viscere lucenti del Dragone  Cosmico. Il viaggio lo porterà a toccare il punto  in cui diventerà roccia o fossile, soggetto a successive alchemiche trasformazioni. L’essere finalmente si dilaterà e contrarrà, fuso liberamente nel respiro di  armoniche ruote cosmiche ancestrali, fino ad essere espulso di nuovo nella precedente caverna o tempio o stalla.

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Il Viaggiatore ora sa che il suo libro è incompiuto, il suo significato però filtra attraverso le immagini parlanti dei Tarocchi, l’ultima carta, che la  sua Iside o “ombra” gli mostra... tutto si riassume nella carta del Matto, “il senza numero"... ma il Viaggiatore è nel frattempo scomparso.

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L’opera al nero, oltre il nero, va al suo epilogo.

La stalla è vuota, da ogni dove le acque, accompagnate dalle ultime citazioni poetiche, la sommergono.

L’uscita da questo “mare” avviene attraverso la finale visione  di un nucleo centrale, apprendendo che se un trionfo può esservi, questo non è  della dimensione umana  ma è oltre.

La vittoria e la sconfitta sfumano in un altro piano di comprensione.

G.B      2011-01-19

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