Dai Recessi Dell'Ombra: Ivan Cantoni

Presentazione per la proiezione del 19/01/2011

Dai recessi dell’ombra: diario di un viaggio senza viaggiatore

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Ivan Cantoni

Il cortometraggio Dai recessi dell’ombra di Giuseppe Billoni è il resoconto di una discesa in profondità, nelle profondità dell’individuo. È questo il viaggio dei viaggi, l’esplorazione più difficile e rischiosa che ognuno possa compiere.

I recessi di ogni individualità sono un territorio inesplorato, oscuro, paludoso. Le forme rassicuranti della razionalità, i concetti, vi si dissolvono in un brodo denso e mobile in cui nulla è concluso entro confini rigidi e durevoli. Sul fondo della personalità inconscio, subconscio, preconscio, insieme agli elementi di base della coscienza diurna, si agitano confusi come acque profonde e buie. Siamo nella dimensione psichica, mercuriale. Incominciare effettivamente il viaggio, significa immergervisi e lasciarsi dissolvere nella tenebra che prelude ad ogni trasformazione essenziale.

Oltre il limite delle acque si configura, inizialmente incerta e poco riconoscibile, la sagoma di una porta, che si rivelerà un passaggio chiuso e difeso da un guardiano terrificante al quale Billoni conferisce l’aspetto della Gorgona. Varcare questa soglia significa uscire da noi stessi, lasciarci alle spalle il nostro vissuto e la nostra identità come abiti troppo pesanti. È naturale che l’io - titolare di un nome, una data di nascita, una famiglia, una posizione sociale - si metta in allarme e tenti di dissuaderci con ogni mezzo dall’intraprendere una strada simile.

A ridosso di questo confine si addensano e ci si precipitano incontro le forze che con maggiore potenza ci tengono legati alla personalità concreta: primo fra tutti il principio dell’agire cieco ed efficiente (Schopenhauer parlerebbe di “volontà di vivere”) che divora vite in corsa verso l’autoaffermazione attraverso un attivismo sfrenato. Il frenetico movimento dalla città e del formicaio ne è un simbolo eloquente. Anche l’amore, calato in questa dimensione, si rivela un’oscura ricerca del possesso dell’altro come affermazione di sè. L’uomo e la donna solo in parte riescono a fondersi nel rapporto erotico, il cui esito è sempre un ritorno di ognuno al proprio io.

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Una volta fatti i conti con “il Divoratore” in tutte le sue forme (anche piacevoli), si può aprire la porta. Si viene così condotti al centro di un antro, uno spazio raccolto in cui una sedia pare attenderci da sempre. L’andare e venire di un gatto ci ricorda che nel nostro viaggio non siamo mai soli: energie impersonali e arcaiche si muovono dentro e fuori la dimensione umana in un rapporto ambiguo con essa, fra complicità ammiccante e malcelata ostilità. Un libro ci viene in aiuto, è il libro della svolta, quello che contiene per noi l’insegnamento determinante, la goccia di sapienza che diventerà un mare e ci assorbirà. Si tratta del libro che deve essere divorato, come accade a San Giovanni nell’Apocalisse (10, 8-11), affinché lavori dall’interno a mutare la natura stessa del lettore.

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È il momento di intraprendere la via stretta della conoscenza, di introdursi nella cruna dell’ago. La telecamera si avvicina così a un pertugio strettissimo nella parete di fondo: la tana di un ragno diviene l’ingresso di un cunicolo che porta a un processo di profonda trasformazione, anzi trasmutazione. Come il bruco si chiude nel bozzolo per rinascere farfalla, così l’individuo che ha avuto il coraggio di gettarsi nelle acque infernali inizia una metamorfosi sotto l’azione del fuoco purificatore dello spirito, divenendo materia prima nel vaso alchemico. Ecco allora una sequenza di immagini direttamente ispirate ai processi dell’alchimia spirituale.

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La liberazione dagli spessi e oscuri gusci dell’io libera il Sé, generatore e architetto di innumerevoli mondi. Il Microcosmo e il Macrocosmo sono ora perfettamente coincidenti. L’uomo nuovo è adesso la misura e la sintesi di tutte le cose.

Nessun viaggio umano, per quanto diretto oltre l’umanità, è senza ritorno. La porta d’ingresso è identica a quella d’uscita, il percorso è circolare, ma colui che esce è radicalmente diverso da colui che è entrato. La sedia sulla quale si era seduto il protagonista è, e rimane, vuota: l’individualità è definitivamente dissolta, evaporata. Per recuperarla occorre ricostruirla in senso discendente, ripartendo dal Principio, ossia dall’Unità che deve sdoppiarsi (nel Maschile e nel Femminile) e, attraverso indefiniti passaggi di informazione e individuazione, rigenerare l’io concreto. Dal punto di vista umano questa ultima fase è la più pericolosa. Dal mazzo dei tarocchi, dal dominio illimitato delle possibilità, potrebbe uscire Il Matto nella sua accezione negativa e caotica: il puro folle, colui che ha contemplato l’incontemplabile e ne è rimasto folgorato come Semele nell’abbraccio di Zeus. Se la via è stata troppo rapida, troppo travolgente, se l’entusiasmo e la temerarietà si sono mescolati al puro percorso di realizzazione, inquinandolo anche minimamente, colui che ritorna porterà ferite incurabili.

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In ogni caso la partita può giocarsi una sola volta e non dura più di un istante, quell’istante che, nella sua mancanza di estensione, rappresenta la porta stretta, strettissima dell’infinito. Spalancata definitivamente o definitivamente chiusa.

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