Billoni & Margonari

Immagini mentali

Voglio tentare un commento circa gli ultimi dipinti di Giuseppe Billoni, ben sapendo che contrariamente alla mia costante intenzione di chiarezza critica, non riuscirò a descrivere con semplicità un’intricata complessità estetica come questa. Trascuro di riferirmi all’eccellenza nel mestiere rimandando agli articoli qui annessi, scritti –lo spero- in forma più dimessa. Qui, invece, devo dare il giusto peso alla scrittura e alle sue molecole.
Benché sia convinto che una forma mentale non può essere descritta coerentemente con parole, mi chiedo se tale forma possa essere dipinta. Peraltro, rispondere a questo interrogativo, in apparenza d’ordine accademico e difficilmente discutibile, ancorché si raggiunga una determinazione pienamente razionale, non solo è difficile ma forse anche inutile per individuare la consistenza della valenza poetica in un quadro. Credo che sia più facile definire musicalmente una forma che descriverla in pittura, poiché qualunque figurazione non può evitare di descrivere, attribuendo consistenza materialmente visiva a ciò che è spirituale, dunque tradire il profondo significato dell’opera: insomma, far vedere ciò che è invisibile, come già diceva Paul Klee. Ciò comporta che ci si accontenti di un’approssimazione meno distante dall’immagine mentale quanto più l’autore sia calato nel proprio pensiero trascendente. A mio parere, ciò vale tanto per l’astrazione figurativa quanto per la figurazione astratta.
La difficile definizione della ricerca che Giuseppe Billoni conduce con lenta evoluzione da vari decenni, avvicinandosi sempre più a un risultato il cui traguardo si allontana a distanze proporzionali nel progredire dell’artista che intenta di raggiungerlo, è motivata equamente da significato e contenuto del fare che vicendevolmente si sostengono e s’integrano per definire poeticamente l’idea. Queste immagini si affermano per una struttura dinamica il cui elemento demarcante è il movimento strutturale –in breve, l’architettura compositiva del dipinto- che si percepisce facilmente. Questo elemento è costituito da particelle energetiche che si aggregano e si espandono, si gettano nello spazio della superficie pittorica costruendo una forma senza supporto prospettico. Come le nebulose nello spazio infinito sono formate da un numero inimmaginabile di corpi dipendenti uno dall’altro rendendo visibilità al moto della luce che attribuisce forme e colori brillanti nel buio cosmico di cui ignoriamo il confine e se tale limite esista. Particelle che si ricompongono in grumi aggreganti o si disperdono allontanandosene, come per una combustione interna al magma pittorico che se osservato peculiarmente, invece, risalta minuziosamente costruito in ogni sua più piccola cellula, un dettaglio lenticolare rifinito e spasimante, una brace luminescente consumata dal proprio calore  . Poiché il pittore cerca di proiettare l’immagine di un’intima esperienza emotiva che ovviamente non può corrispondere a una forma conosciuta se non da egli medesimo, chi volesse trarre dal dipinto, a propria volta, una partecipazione, semmai anche parziale, a questa emozione deve lasciarsi coinvolgere da una sorta di fascinazione, aggiungendo il soggettivo grado potenziale di autosuggestionarsi, dove il dipinto svolge il ruolo provocatorio di far detonare facoltà d’osservazione interiore che raramente sono attivate. Questa è una particolarità esclusiva della Pittura: arte, dico, motivata da un forte demarcante poetico che si manifesta attraverso la specifica strumentazione, utilizzando in massima consapevolezza strumenti e materiali che la tradizione ci ha trasmesso. Con simili proprietà, la pittura è in se medesima significante. Billoni, dunque, è un pittore visionario e “concettuale”. Nelle sue immagini, come in tutta l’arte della pittura, l’espressione del concetto sta nella definizione “fisica” del dipingere. In altre parole, l’artista, qualora lo volesse, non potrebbe (infatti, non può) esprimere il trascendente poetico che lo motiva impiegando procedimenti tecnici differenti -pur utilizzando materiali di comune accesso- riferiti a procedure assai prossime a quelle rinascimentali. Si deduce che per Billoni la pratica strumentale e materiale non è opportunistica, bensì programmatica, l’utilizzo di un congegno funzionante. Perciò nella sua pittura vige un diretto innesto tra il progetto e la realizzazione. Così l’artista rende concreta apparenza alla forma del proprio pensiero.
Servirebbe sviluppare una seconda parte dell’analisi, pur necessaria, ma non voglio addentrarmi: non sono un filosofo dell’arte e ho in uggia le speculazioni psicanalitiche sull’immagine. Non posso, però, evitare di affacciarmi all’idea –con ossimori non casuali- che nei suoi dipinti Billoni concepisca una pienezza del vuoto contemporaneamente a una vuotezza del pieno. Questa intenzione si conferma nei suoi dipinti precedenti dove si trovano esperimenti visuali di inversioni e delocazioni spaziali, passaggi dall’evidenza descrittiva realistica all’astrazione –anche ricorrendo all’inganno ottico e prospettico- annunciando, a ben vedere, gli sviluppi successivi della sua ricerca estetica e si può leggere che nel suo progetto di visione trascendentale il vuoto e il pieno corrispondono a una medesima dimensione. Dopotutto, si tratta di una dimensione virtuale non deducibile, né s’ipotizza quale delle due entità contenga l’altra o se la funzione sia scambiabile o addirittura invertibile. L’arte è scienza empirica: in essa non vi è nulla che possa essere dimostrato sperimentalmente. Nei dipinti di Billoni, Il nero che avvolge le forme non è vuoto, bensì il colore simbolico di un pieno dionisiaco. E’ anche il colore di un interscambio dimensionale che annulla un generico concetto dello spazio misurabile. Infatti, la forma mentale non è fisica. Può rendersi visibile solo per mezzo della rappresentazione figurativa. Nel brulicare vitalistico degli elementi che si muovono in questo spazio compare, appena distinguibile, la forma umana come travolta e assorbita dai grandi movimenti di cui è anche protagonista. Per muovere l’universo le Potenze Naturali devono muoversi. Lo spazio mentale contiene ogni altro spazio. Il buio è il principio, è il luogo dell’immaginazione libera e contiene la rappresentazione di sé.
Questa pittura è simbolista? Parasurrealista? Ritualista? Concettualista? Preferisco non rispondere. Dopotutto, l’immaginazione può anche fare a meno della propria cultura e tuttavia affermarsi pienamente. Credo, infine, che Giuseppe Billoni non abbia meditato preventivamente nessuno di questi pensieri sulla propria arte, ma semmai ne avrà pensato altri e più riccamente argomentabili. Le mie percezioni rispondono alle immagini, forse lontane dalle sue introspezioni che lo inducono a configurarle. L’arte, quando si manifesta, si percepisce su diversi piani e diverse profondità. Essa ignora di non potersi giustificare e non sapersi spiegare. Questo è il principale dei suoi misteri.  
L’arte di Giuseppe Billoni è, appunto, arte criptica.

Settembre 2016


Dipingendo visioni trascendentali

Se nel giudicare gli artisti si applicasse una scala meritocratica basata sulla capacità a realizzare l’arte in cui s’ingegnano, sarebbe giusto che Giuseppe Billoni – pittore, incisore, poeta, video maker, restauratore – fosse largamente conosciuto e apprezzato, anziché esser noto a pochi intenditori: insomma, quasi clandestino.
Può essere pure per colpa sua poiché non tiene a farsi popolare sapendosi manifestante di una cultura particolarmente ricercata e minoritaria che lui stesso definisce criptica.

Infatti, i suoi dipinti, ancorché ermetici, sono spesso impressionanti per la fattura straordinariamente ben eseguita e il significato assai complesso. Potrebbero essere ammirati indipendentemente da un’effettiva comprensione delle speculazioni filosofiche ed esistenziali contenute.

Come ha predetto Giorgio De Chirico, non sono molti gli artisti per i quali la pittura possa o talora debba essere una trascrizione figurativa del pensiero. Non è facile realizzare simile proposito poetico, innanzitutto perché un pensiero bisogna averlo e la capacità di raffigurarlo prescindendo dalla materialità della “copia dal vero”. Serve inventare segni e forme non conosciute che possano costituire un linguaggio personale.

Inoltre, possedendo ambedue le facoltà, occorre che tale pensiero sia profondo poiché, altrimenti, da un’idea banale deriverebbero immagini anch’esse banali sebbene accreditate da un sostegno tecnico ineccepibile. Tali difficoltà appaiono ancor più evidenti quando l’idea proposta appartiene alla sfera della metafisica, dunque filosofica e sensitiva oltre che sensoriale.

Nel panorama a me noto, credo che Giuseppe Billoni (Roma, 1953) sia uno tra i rari pittori capaci di realizzare la connessione tra l’idea e la sua rappresentazione con forme che, data l’originalità degli assunti esoterici ed essoterici, raggiungono un alto grado di astrazione formale pur presentandosi come immagine di valenza visionaria per la quale ha realizzato una personale simbologia in un certo senso ideogrammatica.

Credo, però, che sia da giustificare la percezione superficiale di chi ammira e soprattutto l’accuratezza estrema e la peculiarità iconologica delle forme dipinte da Billoni.
Pur non essendo esplicative, queste immagini sono facilmente leggibili nella propria determinazione e affascinanti poiché rappresentano situazioni “immateriali”, stati d’animo spirituali e trascendentali.

Detto in breve, chiunque può constatare che Billoni è un abile pittore. Del resto, considerandolo come appassionato e scrupoloso restauratore, s’immagina giustamente che conosca ogni diavoleria tecnica, ma preferisce utilizzare soprattutto modi e materiali tradizionali anche se la sua strumentazione è ampia includendo attrezzi non canonici di cui fa uso secondo necessità.
Sotto il profilo dell’apparenza estetica, i dipinti di Billoni possono essere spettacolari.

Percorrendo i suoi dipinti si avverte che ci stiamo avventurando nel territorio dell’indicibile e dell’invisibile dove l’artista distilla, sebbene senza strumenti alchimistici, una propria visione teosofico-esistenziale che possiamo parzialmente decifrare con una lettura parallela delle sue belle poesie lineari, ma anche su questo terreno che pratica competentemente ed è una sua seconda arte, non è facile seguirlo.
Mi limito, dunque, a osservare l’aspetto formale, vale a dire il contenuto dei dipinti aggirandone pigramente il significato.
Eppoi, a dirla semplice, bisognerà pure che qualcuno si soffermi  - come non usa più nella critica d’arte contemporanea - nel dire che Billoni sia o no un inventore di forme e concetti.

Nella sua opera prevale il disegno, con un tracciato gotico, calcolato, fortemente inciso, mentre descrive inversioni spaziali con inganni ottici, spesso non immediatamente percepibili, cambiamenti di stato fisico della materia da solida a volatile e dimensionali.

Ora le immagini sono formate da lunghe strisce evolventi, sinusoidali, aeree, che sono forse la raffigurazione dello spazio sensoriale formato da un microcosmo di elementi concatenati come nelle spirali del DNA. Raffigurano la filogenesi dell’intelligenza che forma la nostra consapevolezza di essere parte cosmica.

La precisione e l’infinita, estenuante elaborazione del dettaglio sono la precipua cifra stilistica, ma il senso dell’immagine si protende nel subconscio. Fin lì, possiamo seguirlo, ma quando supera quel limite immateriale penetrando nell’inconscio, possiamo solo farci accompagnare dalla bellezza della visione.

La Cronaca di Mantova, 02/10/2015


Con la Pittura vi restauro la mente
La metafisica di un pittore pensante

C’è una lunga e brillante tradizione di artisti mantovani che si sono dedicati professionalmente al restauro, con esponenti di gran reputazione. Accanto ai restauratori-pittori, ci imbattiamo storicamente in pittori-restauratori. In ambedue le categorie si potrebbero fare sostanziosi elenchi e tessere lodi. Simile storia potrebbe far capo ad Arturo Raffaldini, passare per Carlo Zanfrognini fino a Gino Donati e parecchi altri, pittori che hanno espresso chiaramente valori artistici tenendo ben separate le due attività, sviluppando, dunque, eccellenti carriere in ognuno dei settori.

Giuseppe Billoni è l’estremo rappresentante di questa sequenza, e parlandone come artista non si dovrebbe fare alcun riferimento all’eccellente professionalità di restauratore, giacché la sua pittura ha sviluppato intensi valori creativi, con caratteristiche ben determinate, facendosi riconoscere nella comunità artistica mantovana come uno degli autori più personali, pur vivendo appartato, elaborando silenziosamente, quasi segretamente, la propria poetica, come si addice all’alchimista. A partire dalla sua adesione ad un’espressività visionaria e fantastica che conferma la mia idea di una naturale propensione dell’arte mantovana per la stravaganza e l’eccezione, proveniente dalla nostra tradizione rinascimentale, Billoni applica in pittura una tecnica d’impianto disegnativo (conseguentemente è pure  incisore) e una gran parsimoniosità cromatica. Così l’aspetto più immediato delle sue immagini sembra rifarsi alle antiche stampe, e conserva qualcosa di arcaico, popolaresco. Tale impressione svanisce, però, con un esame più approfondito, rivelandosi, invece, frutto di una fine cultura pittorica e grande abilità esecutiva. Nella struttura formale dei suoi lavori c’è un progetto complesso che risponde a una cultura poco comune, ricorrendo a simboli esoterici e alchimistici non facilmente decifrabili. Chi guarda percepisce che i suoi lavori appoggiano su un background culturale assai particolare, ma non si può valutarne appieno il senso senza decodificare la relazione tra i simboli che le costellano e la forma estetica. Negli ultimi anni alcuni artisti si sono avvalsi dei simboli alchemici con poca o nulla conoscenza dei relativi valori semantici, sicché ne hanno fatto un uso sgangherato, di sola esibizione. Nelle opere di Billoni, invece, ogni segno, ogni colore, è calibrato, filtrato attraverso le sue conoscenze iconologiche. Ignoro se Giuseppe conosca i saggi di Marcel Mauss, e quelli di James G. Frazer, riguardanti magia, alchimia e religioni, ma i suoi dipinti e disegni  mi sembrano un magnifico contributo figurativo a quelle conoscenze che  del resto sono alla base dell’antropologia moderna. Billoni è un caso -sempre più raro, oggi- di artista ragionante, dialettico, e indipendente.

Perché pittura criptica?

Ho coniato questo termine da oltre un decennio. Criptica in quanto mantiene celato ai più il suo nocciolo significante. La cripta appunto è un luogo separato e comunque diversamente connotato dallo spazio in cui è contenuta. E poi che dire di eventuali doppi fondi, altri passaggi ad altri luoghi che la cripta può ancora celare a chi non ha occhi per vedere? Sia l’osservatore a capire se vuole o può. Sono romano di nascita e mantovano di adozione, amo la pianura ma anche il luogo in cui sono nato. Tendo a sfuggire da classificazioni troppo geografiche e temporali, così come non mi sento a mio agio in movimenti come surrealismo, dadaismo concettualismo e altro. Penso ormai di dire la mia in arte senza bisogno di stampelle terminologiche ormai storicizzate.

Come nasce questa tua cultura dell’esoterico e dell’alchemico?

Ho molto amato Klee e Durer, in particolare con il primo ho qualche debito iniziale poi superato. Ma una risposta breve sarebbe fuoviante anche perché tralascia l’aspetto “operativo” e non semplicemente letterario. La cultura dell’esoterico e dell’alchemico in quanto tale non è sufficiente. Infatti dovrei allora aggiungere il rosacrucianesimo e tutto quel  filone che si rifà all’ermetismo. Ma sarebbe un discorso troppo lungo ed escluderebbe lo sguardo sulla metafisica orientale  ed estremo orientale, senza parlare di ciò che va sotto il nome di sciamanesimo. A proposito non cito scrittori che si sono occupati di  queste tematiche in quanto sarebbe un’inutile lungo elenco. Solo un’ultimo accenno ai tentativi in atto della moderna psicologia di trovare da qualche parte i capi della matassa esistenziale dell’universo psichico. Anche questo sarebbe un discorso da  affrontare a parte.

E se si dicesse, allora, che sei un pittore “concettuale”, nel senso proprio del termine?

Direi che il concettuale in sé non è sufficiente perché perderebbe il suo “nutrimento figurativo”. Comunque ritengo di essere in una “terza via” che va oltre le categorie coniate di “figurativo” e di “informale”.  Mi pongo fuori da questi schemi polverosi, ritengo che è informale tutto ciò che è extraindividuale e formale o figurativo ciò che non lo è; e comunque sono tutti schemi che alla fine crollano di fronte all’esistenza. Se si sonda la dimensione sottile e quando emergono i bagliori dello spirito, tutte queste teorie diventano inutili maniglie mentali. Meglio vedere la farfalla che spiegarla. In particolare nei dipinti raffiguranti “i cieli a strati” nelle loro trilogie costitutive emergono forse con più evidenza i concettualismi legati a una mia concezione filosofica del macrocosmo e del microcosmo, (qui c’è poco da inventarsi) ma la pittura deve poi parlare senza essere didascalica, come in un’epifania.

È una pittura filosofica, vale a dire che illustra le tue asserzioni filosofiche, o nel fare vai oltre il progetto ideologico?

Da quel che si è prima accennato risulta evidente che le mie opere trasudano di filosofia e metafisica. È come posizionarsi su una strada che normalmente ha un percorso già fatto dietro e sul davanti  sembra intravvedersi il da farsi. Ma quando si va oltre i proclami ideologici e le asserzioni, per raffinate che siano, la strada si riduce ad un punto; partenza e arrivo coincidono continuamente con il camminare. Allora succede che si avanza arretrando e viceversa. L’operatività, la ricerca che va oltre il dato individuale senza però alla fine distruggerlo, supera i progetti ideologici e fondamentalisti. Quindi credo che il fare vada oltre qualsiasi progetto ideologico, questa è l’intenzione. La produzione pittorica in particolare quella delle “figure di luce” evidenzia l’aspetto imprevisto poco mentale ma più olistico  di questo fare.

La Cronaca di Mantova, 26/03/2010